Primo contributo della commissione lavoro PRC Trieste

Ambiente economia lavoro, dai gruppi di lavoro 5 commenti »


Utilizziamo come traccia la parte riguardante il lavoro e l’economia del Programma di Intesa Democratica del 2003.

Economia per creare lavoro e sviluppo
La Regione deve aiutare l’economia a recuperare il terreno perduto e ad affrontare le sfide del futuro. E avendo un territorio limitato e articolato, deve puntare più sulla qualità che sulla quantità: l’obiettivo è la crescita della ricchezza prodotta e la piena e qualificata occupazione. Il Friuli Venezia Giulia, in questi ultimi anni, è diventato il fanalino di coda del Nord Est, ha perso parte della sua spinta propulsiva e il suo Pil, negli anni 1999-2002, è cresciuto meno (1,7%) del Trentino Alto Adige (2,2%) e del Veneto (2,1%), ma anche della media italiana (2,0%). Bisogna invertire questa tendenza, favorendo lo sviluppo economico e l’occupazione e, più in generale, la qualità della vita dei cittadini.

  • Il Friuli Venezia Giulia conferma essere il locomotore nazionale, facendo registrare un incremento del Pil nel 2006 del 2,7%, davanti a tutte le altre regioni, come nell’anno precedente quando l’indice fu del 3%.

Questo riferimento alla crescita del P.I.L. non è garanzia che anche gli altri parametri siano stati raggiunti, per rimanere ad un quadro generale è banale osservare che il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori dipendenti è calato e gli stipendi sono fermi dal 2000 in tutta Italia e quindi anche nel FVG.

OCCUPAZIONE Per quanto riguarda i livelli occupazionali ci sono delle oggettive difficoltà a valutare pienamente la montagna di dati percentuali prodotta in questi anni. Vi ricordiamo solo la polemica tra l’assessore Cosolini e le organizzazioni sindacali per quanto riguarda il numero dei lavoratori precari in FVG. La differenza tra i dati proposti era notevole , la forbice si allargava da una valutazione di 30.000 unità a 80.000 Chiaramente se partiamo con una differenza di 50.000 unità è difficile stabilire l’efficacia di qualsiasi intervento di stabilizzazione del lavoro precario. La flessibilità del mercato del lavoro con le varie forme contrattuali previste dalla legge 30 rende difficile ragionare in numeri assoluti e quindi quando si è costretti a considerare solo ragionamenti percentuali le interpretazioni si moltiplicano all’infinito.

Si potrebbe proporre un sistema di rilevamento in “tempo reale” degli occupati e dei diversi rapporti di lavoro per poter avere una evidenza chiara del reale andamento del mercato del lavoro. I sistemi informatici che vengono usati ad esempio per il servizio sanitario o per l’ex benzina agevolata potrebbero essere adattati ad un rilevamento della situazione occupazionale. Questo censimento in “tempo reale” aiuterebbe il lavoro dei vari organismi ispettivi e servirebbe anche per il lavoro migrante, transfrontaliero e per l’emersione del lavoro nero – sommerso – grigio. ( e ci sarebbero meno statistiche da decodificare e interpretare).

CENTRI PROVINCIALI PER L’IMPIEGO – Possiamo quindi affrontare la questione occupazionale in modo compiuto solo a settori o spezzoni di questi. Sono disponibili i dati relativi a circa 6000 lavoratori inseriti in una lista di aziende in grave crisi occupazionale riconosciuta dalla Regione FVG. Quindi è possibile ricavare alcune indicazioni da non confondere con il numero dei lavoratori complessivamente in cerca di lavoro nella regione. Di questa lista di 6368 lavoratori di aziende in crisi si sono ricollocati secondo le proiezioni 4005 , ma sono comunque proiezioni ricavate da un campione di 1500 intervistati. Dalla stessa fonte ricaviamo che solo 30 lavoratori su 100 affermano di essere stati contattati dai centri per l’impiego e che solo 16 su cento hanno ricevuto una proposta di lavoro attraverso i CPI. Se passiamo ora all’attività dei dati generali forniti sui CPI e quindi l’efficacia del loro intervento troviamo una tabella che a livello regionale stima nel 5% del totale coloro che hanno trovato lavoro tramite i centri provinciali per l’impiego a fronte di un 11,5% che lo ha trovato (il lavoro) tramite le agenzie interinali.

Per continuare ad analizzare il problema a spicchi possiamo andare a vedere l’efficacia molto bassa dei vari corsi regionali dedicati agli Over 45 . Ma quanto scritto finora dovrebbe essere sufficiente a chiarire la difficoltà oggettive presenti per una valutazione anche della cosiddetta LEGGE SUL BUON LAVORO. Si tratta di una legge regionale che è uscita con questa impostazione dovendo muoversi all’interno di un recinto delimitato dalla legge 30 e quindi la nostra percezione è che da un lato usa il fine della stabilizzazione dei posti di lavoro come mezzo per dare finanziamenti alle imprese e dall’altro pecca un po’ di assistenzialismo nel senso di affrontare il nodo della precarietà come un problema di esclusione o di emarginazione sociale. Da qui una tendenza,che non possiamo condividere, ad affrontare la questione facilitando l’accesso al credito bancario, stanziando soldi per il reddito di cittadinanza con finalità più di correzione ai danni collaterali che le imprese creano nella loro corsa alla competitività che come diritto esigibile. I messaggi che si fanno emergere principalmente con queste operazioni sono diretti a dire “ stiamo correggendo i guasti che le aziende producono ma senza fare sconti a nessuno e nessuno avrà diritti se non sarà disponibile ad accettare i lavori che gli verranno offerti. Nella stessa direzione si è mossa la legge per il sostegno alle imprese che è stata presentata principalmente come il passaggio dai finanziamenti a pioggia ai finanziamenti mirati alle aziende che fanno innovazione del prodotto.

DELOCALIZZAZIONI : Una delle spiegazioni delle crisi aziendali e delle chiusure di fabbriche data per scontata è il fenomeno delle delocalizzazioni verso Est “ alla rincorsa del minor costo del lavoro”. Se ci riferiamo unicamente alla Provincia di Trieste dobbiamo dire che non troviamo conferma di questa tendenza. Non è che qui non hanno chiuso le fabbriche , ma da qui le produzioni non sono state spostate ad Est ma sono andate verso Ovest, verso la concentrazione in alcuni posti ( Milano, ecc) . Il discorso delle delocalizzazioni è stato usato, qui da noi, come minaccia più che come reale pericolo. Per le piccole aziende esiste la possibilità di attingere al lavoro transfrontaliero ( anche la Ferriera lo fa) e quindi l’obiettivo di riduzione del costo del lavoro si ottiene con la minaccia. Per la Wartsila che è la più grande fabbrica di motori europea esiste la sindrome cinese, cioè il “pericolo” del trasferimento delle produzioni in Cina ( quindi un mix tra riduzione del costo del lavoro e acquisizione di mercati, collegato in qualche modo alla vicenda Fincantieri e alla concorrenza con i coreani).

PRIVATIZZAZIONI Dobbiamo divederle in tre categorie per capirci:

1 -Fincantieri e Insiel (l’informatica regionale)

2- dei servizi , dei beni comuni

3 – la questione del gestore unico del trasporto pubblico locale ( ferro e gomma) e più in generale la questione trasporti

La questione Fincantieri riguarda un livello nazionale e quella Insiel ( legata al decreto Bersani) si pone su un piano regionale ma su tutte due la volontà di arrivare alla privatizzazione e alla quotazione in Borsa è stata espressa in varie occasioni dalla Giunta e dal Presidente.

La nostra contrarietà a queste due operazioni è ampiamente documentata, e questo è un argomento su cui non vediamo terze vie da percorrere.

Ricordiamo qui le dichiarazioni del Presidente della Regione relative alle recenti manifestazioni per la chiusura del contratto dei metalmeccanici sulle autostrade ricordando che la legislatura regionale era iniziata con dichiarazioni analoghe sempre rivolte alle “passeggiate” di protesta dei metalmeccanici.

Per quanto riguarda le privatizzazioni nei servizi possiamo affermare che gli effetti generano “uguaglianza” di pessimi risultati sia per i cittadini- utenti che per i lavoratori impiegati .

Sulla questione abbondantemente illustrata nel programma di Intesa Democratica relativamente alle infrastrutture necessarie possiamo proporre un ragionamento rovesciato. Vanno definite le linee portanti della struttura produttiva regionale e su questa griglia andranno definite anche le infrastrutture necessarie. Altrimenti il discorso diventa accademico e paradossalmente in ritardo sulle richieste e le esigenze dei territori. Grandi opere -contro- valorizzazione dell’esistente nel rispetto della risorsa teritorio.

Partiamo per esempio da una serie di contraddizioni che abbiamo evidenziato e imparato a conoscere sul porto di Trieste. Il corridoio V dovrebbe avere ricadute importanti sui traffici movimentati nel porto di Trieste, ma in attesa della grande opera, i fatti concreti vanno in direzione opposta. Facciamo alcuni esempi: Un gran impegno è stato profuso per la realizzazione del corridoio V mentre per i 6 chilometri di collegamento ferroviario Trieste Koper ( previsto nel programma di Intesa ) non c’è nessuna urgenza. Mentre si parla di trasporto marittimo combinato con la rete ferroviaria e con i retroporti ci troviamo il Porto Vecchio scollegato dalla rete ferroviaria ( perché ci sono altri interessi immobiliari su quelle aree) , l’Autorità Portuale trova ostacoli sulla gestione dell’autoporto di Fernetti, la Regione avanza pretese sulla gestione delle concessioni portuali, le ferrovie hanno ceduto la stazione di Campo Marzio e ridimensionano gli scali ferroviari di Opicina e Prosecco.

Analogo ragionamento andrebbe fatto per la Ferriera di Servola di cui non stiamo qui ad elencare tutte la fasi della vicenda ma anche in questo caso il tentativo con la consulenza Gambardella di prefigurare una ricollocazione dei lavoratori e una trasformazione del sito produttivo non ha portato alcun risultato. Anche in questo caso si è trovata una grande opera : la piattaforma logistica, che a detta del sindaco potrebbe essere la soluzione per il problema occupazionale.

E allora torniamo in porto a vedere la situazione occupazionale già caratterizzata dal lavoro precario e dalla minaccia di esuberi. La tendenza della movimentazione container non prevede grandi impieghi di manodopera. Lo spieghiamo esagerando la semplificazione ma credeteci è proprio così che funziona. Piuttosto di aumentare il numero dei gruisti si impiegheranno sempre più nel futuro gru capaci di muovere due o quattro container alla volta ( invece di uno) con la stessa manovra. Detto brutalmente significa che per dover assumere un gruista bisognerebbe quadruplicare i container movimentati( gli esperti ci scusino la semplificazione ma importante è farci capire).

SICUREZZA SUL LAVORO Andrebbero riportate integralmente tutte le indicazioni contenute nel programma di Rifondazione Comunista e di Intesa Democratica del 2003 ? Sì, visto che la situazione è rimasta immutata e la Regione FVG continua a detenere tristi primi posti nelle classifiche relative agli incidenti mortali e agli infortuni sul lavoro.

Allora ci sono due considerazioni da fare

  1. quelle indicazioni sono state completamente disattese e quindi fatta una breve verifica andrebbero riproposte ma attuate seriamente.

  2. quelle indicazioni sono state recepite ma visto che non hanno sortito effetti significa che erano sbagliate o ininfluenti.

A nostro avviso accanto alle necessarie risorse per aumentare il numero delle ispezioni e la formazione si tratta di stabilire che in questa situazione sono i lavoratori ad avere l’ultima parola sulla pericolosità del loro lavoro e in una situazione di emergenza come questa vanno tutelati e aumentate le garanzie se decidono di bloccare il lavoro o di segnalare situazioni di pericolo.

PRECARIETA’ Abbiamo già descritto le difficoltà di quantificare la situazione e sarebbe fuorviante provare a far convivere la stabilizzazione dei rapporti di lavoro con la competitività delle imprese. La precarietà del lavoro non riguarda esclusivamente i precari veri e propri ma abbiamo verificato che è contagiosa e mina anche le aziende che sembravano inattaccabili da questo punto di vista. Ci sono aziende come l’Alcatel dove gli interinali sono il doppio dei dipendenti con contratti a tempo indeterminato e questo è uno schema ma non l’unico. Ci sono chiari segnali che dove la precarietà comincia ad insinuarsi attraverso ad esempio le esternalizzazioni di qualche fase della produzione ( solitamente le spedizioni) o di qualche compito specifico nel settore dei servizi diventa inevitabile che i rapporti di lavoro precario si allarghino all’intera azienda cominciando una lenta erosione dei diritti acquisiti. ( lenta erosione fintanto che non servono accelerazioni del processo che di solito i vertici aziendali perseguono minacciando appunto la chiusura e la delocalizzazione).

Si tratta quindi di tenere presente che anche gli interventi regionali in materia devono muoversi nella direzione di riconoscere diritti esigibili - dai servizi alla formazione e riqualificazione – e che garantiscano ai lavoratori precari forme di reddito nei periodi di non lavoro ( tutto altro rispetto alla possibilità di accedere al credito) stornando le risorse dai finanziamenti alle imprese , facendo quindi costare di più il lavoro alle imprese che utilizzano questi tipi di contratto; rendendo quindi conveniente il contratto a tempo indeterminato.

Su questo terreno vanno costruite mobilitazioni ricercando obiettivi comuni tra disoccupati, over 45, lavoratori di aziende in crisi, cassa integrati, interinali, lavoratori occupati perché è un problema che riguarda indistintamente tutti questi lavoratori.

Ambiente e lavoro Proprio partendo dall’esempio della Ferriera di Servola crediamo di aver dimostrato che non è necessaria o inevitabile la contrapposizione tra lavoro e ambiente ( parliamo di un fatto concreto piuttosto che occuparci qui di quanto Marx sia o non sia stato ecologista) visto che da noi è partita la proposta del Forum Ferriera che con i suoi limiti ha permesso una collaborazione e un confronto tra i vari soggetti interessati ( comitati dei cittadini, sindacati, associazioni ambientaliste,partiti) . Esistono sicuramente posizioni contrapposte tra cittadini e operai ( anche alimentate dalla stampa locale) ma tra queste due opzioni : chiusura si o no, stiamo lavorando per individuare obiettivi comuni che ricompongano le forze per la tutela dell’occupazione, in difesa della salute dentro e fuori la fabbrica, sul tema delle bonifiche immaginando un percorso che passi per un accordo di programma stante anche la determinazione della Severstal Lucchini a chiudere l’impianto nel 2015. Come vedete tutt’altro che un appoggio alla concessione della Autorizzazione.Integrata.Ambientale.

Inutile precisare che si tratta di un contributo parziale e aperto, ma è bene fare ogni tanto qualcosa di inutile.

Gruppo “Ambiente, economia e lavoro”

Ambiente economia lavoro, dai gruppi di lavoro 13 commenti »

Il gruppo Ambiente, Economia e Lavoro ha raccolto il contributo di varie persone, espressione sia dei nostri partiti che di associazioni, comitati, sindacati e semplici cittadini.
Quasi tutti gli interventi al workshop del 9 febbraio scorso hanno tirato un bilancio di questi cinque anni di governo regionale. Se in generale i giudizi sono stati sostanzialmente concordi nel sottolineare luci ed ombre, quando si è scesi ad analizzare le questioni che riguardano l’ambiente ed il territorio si è riscontrata una quasi unanimità di giudizi negativi, che diventavano preoccupati se l’attenzione si spostava sulle prospettive future, specificatamente grandi infrastrutture quali TAV/TAC, rigassificatori, autostrade.
Nel campo più specifico del lavoro si sono registrati vari interventi che auspicavano un modello di sviluppo attento alle esigenze del territorio e dei lavoratori, e non solo a quelle delle imprese e del profitto.
Si è convenuto di ritrovarsi per delineare meglio le linee programmatiche su questi temi. Questo lavoro avrà senso solo se la posizione de La Sinistra/L’Arcobaleno non sarà subalterna a quella del PD e di Illy, ma avrà pari dignità. Dignità che si difende anche avendo il coraggio di dire di no e se, necessario, andare da soli, come molti interventi ci invitavano a fare.

Spunti operativi:

1) Partecipazione, Agenda21, Trasparenza: nonsolomoda…

Garantire l’applicazione vera del metodo partecipativo è fondamentale per aggiornare ed adeguare agli obiettivi europei il Piano Energetico Regionale, il Piano Territoriale e l’applicazione della nuova Legge urbanistica, ma anche per gestire senza sprechi le risorse ambientali, territoriali, culturali e infrastrutturali esistenti nonchè per attivare politiche “euro-regionali” insieme ai nostri vicini.

2) Tutela e qualità dell’ambiente = sviluppo economia sostenibile, prevenzione calamità, creazione posti di lavoro “che hanno futuro”

Investire nella tutela e valorizzazione delle aree naturali promuovendo il turismo sostenibile (invece di puntare quasi esclusivamente sui poli Promotur) permette di combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori montani, nonché investire nella prevenzione favorendo la manutenzione del territorio permette di ridurre significativamente i costi dei danni prodotti dagli eventi calamitosi che saranno sempre più intensi a causa dei cambiamenti climatici. Non servono tante risorse economiche per nuove grandi opere (spesso devastanti oltre che inutili), ma un approccio ed una programmazione degli interventi integrati e la promozione, incentivazione della cura del territorio.

Inoltre bisogna legare gli incentivi alle imprese e all’innovazione per favorire la qualificazione ambientale e sociale delle stesse, ridurre la produzione di rifiuti pericolosi e gli sprechi di risorse (energia e acqua in particolare).

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